Nel panorama farmaceutico globale, un profondo cambiamento nei meccanismi di determinazione dei prezzi sta ridefinendo le modalità e i tempi con cui le nuove terapie raggiungono i pazienti europei. Al centro di questo cambiamento vi è l’adozione, da parte degli Stati Uniti, del principio della “nazione più favorita” (MFN) e dei parametri internazionali di riferimento per i prezzi, che vincolano il rimborso pubblico dei farmaci a livello nazionale ai prezzi più bassi praticati nei paesi OCSE comparabili.
Per decenni, il modello biofarmaceutico globale ha fatto ampio ricorso agli elevati margini di profitto statunitensi per sovvenzionare in modo incrociato la ricerca e lo sviluppo. Ciò ha consentito alle aziende di accettare prezzi più bassi, frutto di intense trattative, nei sistemi sanitari europei. Ora che Washington sta cercando di contenere la spesa interna prendendo come riferimento i tassi praticati all’estero, quel fragile equilibrio è crollato: i produttori si trovano ad affrontare una forte compressione dei margini e ciò sta innescando strategie commerciali difensive in tutto il mondo.
Per i pazienti cardiovascolari e le comunità sanitarie di tutta Europa, le conseguenze sono immediate e preoccupanti. Poiché i parametri di riferimento per la determinazione dei prezzi sul mercato interno sono legati ai prezzi netti esteri, i produttori subiscono una pressione strutturale volta a proteggere i ricavi iniziali di riferimento. Questa dinamica ha incentivato sempre più il rinvio o la riduzione della priorità delle richieste di autorizzazione all’immissione in commercio in Europa, a favore di un ingresso più rapido sul mercato in altre regioni. Anziché optare per lanci globali simultanei, le aziende stanno dando priorità ai profitti commerciali negli Stati Uniti, lasciando i pazienti europei in una situazione di stallo amministrativo.
In caso di patologie croniche quali l’insufficienza cardiaca, l’ipertensione e le malattie cardio-renali-metaboliche – in cui l’accesso tempestivo alle terapie combinate di nuova generazione incide direttamente sulla sopravvivenza e sulla disabilità a lungo termine – queste controversie commerciali aggravano le disuguaglianze sanitarie tra gli Stati membri e minacciano la competitività dell’Europa nel campo della ricerca clinica, conquistata a fatica.
Questa crisi dei margini sta inoltre distorcendo il modo in cui l’industria farmaceutica interagisce con le organizzazioni dei pazienti. Sotto forte pressione di bilancio, la spesa aziendale si sta allontanando dal sostegno ampio e indipendente ai pazienti, dalle partnership educative e dal coinvolgimento della base. Al loro posto, le comunità di pazienti subiscono una pressione crescente affinché fungano da contatti tattici con le agenzie regolatorie. Vengono sempre più spesso incaricate di produrre rapidamente dati sull’esperienza dei pazienti (PED) con lo scopo primario di giustificare prezzi più elevati dinanzi agli scettici organismi di valutazione delle tecnologie sanitarie (HTA) e ai pagatori nazionali. Sebbene le prove di alta qualità basate sull’esperienza vissuta siano indispensabili per la moderna scienza regolatoria, le organizzazioni di pazienti rischiano di essere strumentalizzate come risorse esternalizzate per le relazioni pubbliche, anziché essere rispettate come sostenitrici sovrane e indipendenti della salute pubblica sistemica.
di Tamás Bereczky, PhD
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